L'altro terremoto - Ricerche e sparimantazioni d'Arte Contemporanea di Remo Romagnuolo

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Remo Romagnuolo
 
 
 
L'altro terremoto

 
una nuova primavera
 
 
Romanzo storico


 
1.1

 
All’improvviso, pareti e soffitto cominciarono a scricchiolare. Tutt’intorno c’era un rumore sinistro, come una collina che frana a valle, che mi prese alla pancia e al cervello, portando il buio anche in piena luce. I bicchieri cominciarono a tintinnare nella cristalliera, il lampadario si mise ad oscillare e un vaso di ceramica si ribaltò cadendo dal ripiano del frigorifero. Mentre i frantumi si spargevano per il pavimento, un brivido di paura mi fermò il respiro e le gambe cominciarono a tremare. Mariangela era atterrita e i piccoli, Salvo e Diama, avevano la paura negli occhi.
 
Tutti rimanemmo nelle posizioni che avevamo, come paralizzati, e la gioia e la distensione di quel pomeriggio spensierato e tranquillo, si tramutarono all’improvviso, in un’opprimente e sinistra cupezza. In un attimo mi resi conto di quello che accadeva, pensai subito al peggio e corsi subito in camera per prendere i soprabiti. Il pavimento aveva una forte oscillazione e non riuscivo a camminare dritto, ero sballottato un po’ a destra e un po’ a sinistra come un ubriaco. Il distacco e la caduta di piccoli pezzi di pittura, dalle pareti e dal soffitto, accentuarono il panico per il timore che potesse crollare tutto da un momento all’altro. Afferrai gli abiti e mi avviai di corsa in strada, con mia moglie e i ragazzi. Fuori c’era un’atmosfera irreale. I lampioni oscillando, inviavano a caso, coni di luce sulle persone che correvano in più direzioni. Qualche donna si portava le mani alla testa, alcuni bambini piangevano, tutti erano molto agitati e camminavano speditamente guardando più volte in varie direzioni.
 
Quell’interminabile minuto e mezzo fu lungo come una vita e, mentre proseguivamo per raggiungere piazza Dante, provai una sensazione bruttissima. Mi resi conto che non camminavo come facevo di solito. Poggiavo i piedi a terra con cautela, come se camminassi su una distesa d’uova che dovevo evitare di rompere. Muovevo in quel modo le gambe, tremolanti e malferme, per la paura che il suolo venisse meno di nuovo, da un momento all'altro. Non avevo mai pensato, prima d’allora, che potesse mancarmi la terra sotto i piedi ed ora, dopo averlo provato, l’idea che si potesse ripetere mi angosciava e mi teneva in continua agitazione.
 
In piazza trovammo altra gente a gruppetti, tutti con l’aspetto impaurito come noi e con l’ansia di sapere qualcosa di più su quello che era successo. In quel momento, cercai di mascherare la paura che avevo e provai a rincuorare moglie e figli con parole dettate più da un desiderio auspicato che da una reale consapevolezza. Dissi loro che ormai tutto era passato e che difficilmente ci sarebbero stati altri pericoli.
 
Quella sera eravamo a Napoli, da mio suocero Peppino, ed erano le 19 e 35 del 23 novembre 1980. In piazza restammo tutta la notte, seduti in auto e, nonostante alcune coperte, il freddo sembrava ancora più pungente per la paura che non ci abbandonava. Le immagini si accavallavano nella mente e, pensando che per una scossa così forte dovevamo essere nell’epicentro del sisma, ripetevo incredulo tra me: «Non è possibile un terremoto a Napoli…, non è possibile…!»
 
Solo il giorno seguente riuscimmo a sapere che l’epicentro si era verificato in Irpinia e che il sisma aveva distrutto molti centri di Campania e Basilicata causando un gran numero di morti. Quella scossa tremenda aveva sollevato la terra e scoperchiato le case che erano cadute le une sulle altre. Paesi piccoli e poveri dell’Appennino, furono spazzati via in quattro e quattr’otto come se fossero di carta pesta. Nei giorni che seguirono, le scosse di assestamento furono numerose e ad ognuna la paura ricompariva tenendo tutti in gran tensione. Giornali, radio e televisione riportarono ampie informazioni sui danni delle zone più colpite mettendo in risalto le notizie di persone salvate dalle macerie. I contributi dei volontari e delle istituzioni furono notevoli, come pure le iniziative di solidarietà da ogni parte d’Italia e del mondo.
 
Dai ruderi degli 80 comuni rasi al suolo e dei 200 gravemente danneggiati, furono tirati fuori 2914 corpi senz’anima e 8848 persone devastate nel corpo e nella mente. Erano grandi e piccoli, giovani e vecchi, con uno sguardo sofferente e malinconico segnato dal rosso cupo e dal buio fitto della notte più scura. Gli sfollati furono 280.000 e nonostante le condizioni di uno degli inverni più freddi degli ultimi tempi, presto le organizzazioni furono messe a punto e, nei centri interessati, tutti si attivarono per la fase successiva all’emergenza.
 
Anch’io fui coinvolto e a distanza di pochi giorni, il dr. Vincenzo Rizzo, sindaco di uno dei Comuni danneggiati, mi affidò l’incarico degli accertamenti tecnici per la rilevazione dei danni subiti da vari fabbricati. Partii con piacere ma con una strana emozione che diventava sempre più forte man mano che mi avvicinavo alle zone maggiormente colpite. Immagini si susseguivano nella mente su quello che avrei potuto vedere in quei luoghi, ma nello stesso tempo provavo una sorta d’impazienza per dare il mio contributo, in quel momento difficile, e subito iniziai le rilevazioni tecniche, in condizioni disagiate e pericolose, in un periodo con abbondanti nevicate. Gli stivali affondavano completamente nella neve soffice e una profonda inquietudine mi prendeva, specialmente quando mi accingevo ad entrare in fabbricati vecchi e fatiscenti con murature e solai che potevano crollare da un momento all’altro.
 
Il fabbricato di Peppino Ciardiello, il maestro, fu il primo ad essere verificato. Trovai pochi danni ma sul balcone di casa rimasi senza fiato. La guglia rocciosa, cosparsa, quà e là, da ciuffi di arbusti che con l’azione del vento si erano riprodotti fin sulla cima, incombeva con tutta la sua bellezza ed emergendo dal borgo medioevale del rione Castello, sembrava ancora più alta dei suoi sessanta metri. Era poco lontana e la sua dimensione, allargata alla base e più sfilata verso la cima, occupava buona parte del panorama caratterizzandolo con tutta la sua imponente maestosità. Su quella rupe, fin dal 774, c’era un castello longobardo che fu demolito nel 1837 per il pericolo di crolli sull’abitato sottostante. A metà della rupe, sono ancora visibili alcune antiche murature di quel castello. A valle di quella guglia, nell’area del borgo medioevale non coinvolta dalla frana del ’56, trovai alcuni fabbricati in condizioni fatiscenti e con diversi danni sui muri e nei solai. La chiesetta di S. Rocco, del XVII secolo, aveva lievi lesioni e poco più giù, proseguendo, trovai uno splendido angolo. Era animato da un leggero venticello che dava voce alle residue foglie, gialle d’autunno, di un bel faggio secolare al centro di una piazzetta. Il fruscio delle foglie si fondeva con gli scrosci d’acqua delle diverse cascate del torrente S. Martino, confinante con quello spiazzo. Sulla riva opposta, di fianco a un ponticello per l’accesso alla zona più antica del borgo, c’era un fabbricato del XIV secolo, con le antiche murature risalenti dal letto del torrente. Qualcuno sostiene che quel fabbricato fu abitato dai “mastri riggiolari” Giuseppe e Donato Massa che trasferitisi a Napoli furono incaricati della decorazione delle ceramiche del chiostro di S. Chiara che portarono a termine nel 1740. Di fronte a quel fabbricato, subito dopo il ponte, per fortuna, la Porta Urbana di via Castello, del XII secolo, e il fabbricato in cui era contenuta, avevano subito danni limitati. Non così, per il palazzo  Baronale e la chiesa madre della Santissima Annunziata, ambedue del XVIII secolo, che furono coinvolti seriamente dall’evento sismico. Senza sosta, continuai le rilevazioni nella zona più a monte del centro abitato, al di sopra della casa del sindaco, dove c’è la veduta più bella del paese. Da lì, lo sguardo si adagia sui tetti delle case digradanti verso valle e subito viene catturato dalla guglia rocciosa che troneggia nell’abitato accarezzando il cielo azzurro.
 
Durante quelle operazioni, utilizzai la casa di Cappella, ereditata da mio padre e dopo i rilevi, di sera mi fermavo qualche ora davanti al camino, a ristorarmi con il calore del fuoco che alimentavo con pezzi di quercia ben stagionata. In camera tenevo accesa una stufa elettrica e sul letto avevo aggiunto due coperte di lana per il freddo che anche in casa si sentiva. Il camino, oltre al piacere del calore, allettava per l’impegno che richiedeva la cura del fuoco. Spostare e aggiustare i pezzi di legna, per farli bruciare meglio e tenere viva la fiamma, era un lavoro continuo che facevo con piacere. Il tepore, che con l’incremento della legna si trasformava in calore tanto forte da obbligarmi a sedere più lontano dal camino, mi tratteneva in un dolce oziare e il leggero tamburellare delle fiammelle vive mi sembrava un linguaggio con cui il fuoco parlava alla mia solitudine. Sembravano parole dolcissime che mi aprivano il cuore e mi davano un’emozione profonda. Qualche volta mettevo delle patate sotto la cenere infuocata e una volta cotte, dopo averle salate, le mangiavo con un gusto che sembrava arricchito dalla magia di quell’atmosfera. Spesso con il tepore del camino mi appisolavo e al risveglio trovavo il fuoco che nel frattempo, senza alimentazione né cura, era diventato piccolo e senza fiamma. A sera inoltrata, oltre che per i piaceri che procurava, era bello indugiare davanti al camino anche per ritardare il momento di andare tra le lenzuola gelide che richiedevano un po’ di tempo per ridare calore al corpo. Una di quelle notti, poco dopo aver preso sonno, mi svegliai con il letto che ondeggiava come una barca. Un brivido di paura mi attraversò tutto e in quel momento sentii ancora di più il peso della solitudine. Quelle onde mi tennero sveglio a lungo e cullarono anche i miei pensieri che come in un sogno, riportarono alla mente alcuni periodi trascorsi da ragazzo in quelle zone.
 
 
 
Nel mese di giugno, dalla prima metà degli anni cinquanta, con la chiusura della scuola, mio padre mi accompagnava alla stazione centrale per le vacanze dalla nonna. In via Torino c’era Pietro il corriere che aspettava i viaggiatori da portare in paese. Era un simpaticone alto con i capelli ricci brizzolati e una voce roca dal timbro forte. Quasi tutti i clienti andavano dai parenti nel paese d’origine. Erano in maggioranza guardaporte o loro familiari e solo pochi, i più fortunati, tra cui mio padre, impiegati nell’Atan, l’azienda napoletana di trasporti. I portinai erano gente in gamba e quasi tutti si adoperavano per risolvere i piccoli problemi dei signori del palazzo, adattandosi a fare un po’ da falegname, elettricista o idraulico, a seconda delle necessità.
 
L’auto del corriere era l’Ardita, una grossa Fiat millecento di colore nero, più lunga delle normali e con la ruota di scorta a vista sul retro. Gli staffoni, talvolta erano usati per piccoli tratti, da viaggiatori che non trovavano posto all’interno già pieno in ogni spazio, con le persone sedute una sull’altra. In braccio c’erano quelli più leggeri e io ero uno di loro.
 
Alle sedici si partiva per una vallata dell’Irpinia al confine con il territorio del Sannio, lontana poco più di sessanta chilometri. Durante il viaggio, le fermate erano frequenti anche per le persone che soffrivano il mal d’auto. La corriera attraversava paesi con case basse e campagne rigogliose tra cui zone del casertano dove la canapa, prodotta in gran quantità e messa a macerare in grandi vasche, diffondeva un odore puzzolente. Oltre a tanta campagna, durante il viaggio si attraversavano i paesi di S. Maria a Vico, Arpaia, Montesarchio e S. Martino.
 
Quel giorno l’aria era calda e nella strada, una leggera brezza faceva svolazzare i panni stesi ad asciugare sui fili di balconi e finestre. Nei pressi dell’auto c’era una piccola folla di persone, di cui solo alcuni partivano, e il corriere stava sistemando sul portabagagli, valigie di cartone marrone, pacchi legati con lo spago e qualche cesta. Mancava un quarto d’ora alla partenza e c’era ancora tempo per comprare dei dolci da portare in paese. Li prendemmo nell’antica pasticceria Attanasio, famosa per le sfogliatelle ricce e frolle, in un vicolo di Piazza Garibaldi. All’interno c’era un bel profumo di zucchero e cannella e dietro il bancone, a vista, i forni per cuocere e tenere in caldo le sfogliate.
 
Al ritorno, l’auto era già pronta con il motore acceso e salutai mio padre che, dopo aver pagato le centocinquanta lire del viaggio, mi affidò a zio Pietro. Presi posto sulle gambe di una signora e, appena partiti, cominciai a guardare le strade che portavano fuori città. Dopo un po’ portai lo sguardo all’interno, sui passeggeri. Eravamo in venti, stipati come sardine: tre seduti di fianco all’autista, cinque sui sedili posteriori con tre ragazzi in braccio, otto, compreso quelli sulle gambe, sui sedili centrali e i due strapuntini. Il corriere chiacchierava con l’uomo di fianco e le loro parole erano in parte coperte dai continui cigolii di carrozzeria e ammortizzatori, che a volte mi sembravano lamentele per l’eccessivo carico trasportato, a volte una musica dolce che accompagnava il mio viaggio per la vacanza in campagna. All’improvviso i passeggeri seduti davanti si misero a ridere e zio Pietro ripeté il racconto per quelli seduti dietro, dicendo che una volta un cliente aveva portato con se un cucciolo d’asino sistemato per il viaggio, sulle gambe dei passeggeri. Durante il tragitto, i poverini si ritrovarono addosso qualcosa di caldo…
 
Vicino a me, anche lui in braccio, era seduto un bambino più piccolo. Dopo circa un’ora di viaggio, vidi che era diventato un po’ strano, non parlava ma ogni tanto, strabuzzava gli occhi e si portava le mani alla bocca. Alle domande della mamma rispose che aveva mal di pancia e si sentiva salire qualcosa alla gola. La donna aprì un fazzoletto per evitare sorprese ai passeggeri, ma poco dopo, poiché il bambino stava sempre peggio, pregò l’autista di fermare l’auto. Una brusca frenata mi spinse sul passeggero che mi stava davanti. Qualcuno aprì lo sportello e la signora portò il bambino sul ciglio della strada dove vomitò a più riprese.
 
Riprendemmo il viaggio con il bambino seduto vicino al finestrino mezzo aperto, da cui veniva un fresco venticello che faceva svolazzare capelli e colletti di camicie. Il viaggio in quelle condizioni era un po’ faticoso e durante il percorso, mi spostai più volte per far smuovere gambe e schiena alla signora che mi teneva in braccio. La sua faccia era poco allegra come tutti quelli che tenevano qualcuno in braccio, e io non me la sentivo di mostrare la gioia che provavo al pensiero del posto che avrei raggiunto.
 
All’improvviso la macchina si fermò. Nella strada, un pastorello con un cappello a falda, portava in braccio un agnellino col muso e le orecchie nere. Un altro pastore agitava un bastone cercando di aprire un varco al centro della strada. L’auto, circondata da nuvolette bianche, belanti, avanzava lentamente. La strada non si vedeva più, c’era solo un mare di pecore. Il pastore continuava a dare colpi di bastone a destra e a manca, incitava a voce alta gli animali, faceva poderosi fischi con due dita alla bocca. Quel gregge era numeroso quasi come quelli che attraversavano i tratturi del Sannio per la transumanza dalle montagne d’Abruzzo alle pianure della Puglia. Ci volle un bel po’ per attraversarlo e riconquistare di nuovo la strada libera.
 
Dopo circa due ore arrivammo sulla collina di Ciardelli e vidi, in fondo alla valle, la campagna che mi era familiare. Ormai prossimo all’arrivo, come per magia, cominciai a sentire con maggiore intensità, i profumi provenienti dalla terra, dagli alberi e dalle coltivazioni. Sulla via Nova, al bivio di Starza, il corriere fermò l’auto, mi fece scendere e mi salutò dopo avermi dato il pacchetto con i dolci e il borsone con le poche cose che avrei utilizzato durante la permanenza dalla nonna Concetta.
 
L’aria calda e profumata mi eccitò.
 
I canti degli uccelli mi sembrarono un concerto di benvenuto.
 
Dal venticello che mi sfiorava il viso e le braccia, provai la sensazione di piacevoli carezze.
 
Quel pomeriggio ero solo in strada ed avvertii subito un gran senso di libertà e una gioia profonda. Gli spazi aperti, il verde, il vento sulle foglie degli alberi, il volo degli uccelli, erano molto di più di quello che avevo a Napoli nell’appartamento in cui vivevo.
 
La campagna era assolata e percorsi a passo svelto quel tratto di strada in terra battuta. Ai bordi della strada c’era erba impolverata, formiche in fila camminavano nelle due direzioni, qualche lucertola attraversava la strada. Dopo aver superato il ponte sul fiume e la salita della fontana, mi trovai nel caseggiato di Starza e cominciai a salutare le persone che incontravo. Già dall’inizio della piazzetta, si vedevano alcune contadine più anziane, sedute vicino agli ingressi delle case, impegnate a filare la lana.
 
La prima casa sulla destra, era di zio Sabatiello, soprannominato ingucciuso, subito a fianco c’era quella di zio Vittorio, un contadino piccoletto con un solo occhio. L’altro, perso da ragazzo per un infortunio, era stato sostituito con uno di vetro che sembrava vero, tanto era identico all’altro. Aveva una casa grande con diversi terreni ed era una simpatica persona con una discreta parlantina. Era un po’ triste e mi raccontò di un commerciante che aveva conosciuto qualche giorno prima. Girava i paesi per comprare vitelli e lui ne aveva proprio uno che era cresciuto del peso giusto. Decise di venderlo e dalla trattativa riuscì ad avere un buon prezzo. Ebbe in pagamento un assegno e il vitello, caricato su un mezzo, fu portato via. Qualche giorno dopo, in banca, venne a sapere che l’assegno ricevuto non valeva niente perché senza copertura. Disse che in quel momento ebbe l’impressione che il mondo gli crollasse addosso, che la vista gli si annebbiò e che ci volle un po’ di tempo per rendersi conto che aveva dato fiducia alla persona sbagliata. Il danno avuto era stato consistente. Oltre al costo dell’animale piccolo, comprato alla fiera di S. Cosimo e Damiano a Terranova, ci aveva rimesso anche il costo dei mangimi per l’ingrasso. Senza contare tutto il lavoro per governarlo, compreso la sostituzione sistematica della lettiera di paglia su cui riposava. Il dolore che provava, oltre che dall’espressione triste del viso, lo percepii anche dalla voce quando mi salutò.
 
Nella frazione non c’era molta gente e i fabbricati erano in muratura di tufo a vista. Il centro del caseggiato, costruito su un costone di tufo a 260 metri sul livello del mare, si sviluppava intorno ad una piccola piazza allungata. Le scale esterne delle abitazioni erano spesso utilizzate per sedersi a chiacchierare o per fare una partita con le carte napoletane. La “scopa”, la “briscola” e il “tressette” erano i giochi per passare il tempo e svagarsi dal lavoro dei campi nei giorni fi festa; la “stoppa” e il “quarantuno” svaghi d’azzardo con cui si puntava qualche moneta. Tra i giocatori, zio Bernardino era bravissimo a “scopa”. Vinceva spesso perché, oltre ad essere bravo, conosceva la regola del “quarantotto” che gli permetteva di sapere le carte che l’avversario aveva in mano prima delle ultime giocate. Durante le partite s’udiva qualche bestemmia per una giocata storta o per una mosca sul viso e intorno alcuni seguivano i giocatori con interesse e competenza, mentre altri cercavano solo di scambiare qualche parola, un po’ mortificati per il fatto di non intendersi di carte.
 
Nel vicolo della casa di zio Pellegrino, c’erano spesso dei bambini col moccio che colava come un mozzicone di candela. Avevano il viso pieno di mosche affamate e, ogni volta, dopo i vani tentativi di scostarle con le manine, qualcuno piangeva, altri, incuranti, continuavano a giocare. Nel vicolo di fronte, quasi sempre una mamma spidocchiava uno dei piccoli con un pettine bianco a denti stretti sui due lati.
 
Sulla strada per il crocevia, la casa della nonna, distante una cinquantina di metri dal caseggiato, stava di fronte al fabbricato di zio Alberto detto “il notaio”, persona magra e di buon umore, poco istruita ma con discrete capacità di riportare fatti e situazioni in modo preciso e senza trascurare i dettagli. La nonna, vedova da pochi anni, era una donna piccola di statura, non arrivava al metro e cinquanta, di carattere allegro e pratico, aveva scarsa familiarità con la penna ma era bravissima con i conti a mente. Faceva la contadina e accudiva suo figlio, sempre in giro, per le sue attività di Perito Agrario, su una moto Guzzi grigioverde come quelle della polizia stradale. Gli faceva anche un po’ da segretaria, accogliendo i clienti o dando indicazioni per un altro appuntamento quando mio zio non c’era. Aveva un fazzoletto in testa e un grembiule su un vestito scuro a fiori piccoli. Il maccaturo in testa e il sinale nero in grembo, davano l’impressione che avesse indosso un costume della tradizione contadina. Sotto il fazzoletto aveva dei capelli lunghi ancora tutti neri, raccolti a tuppo dietro la testa con delle forcine.
 
Mi salutò con un abbraccio e un bacio e mi assicurò che, anche quell’anno, aveva lasciato per me le amarene sull’albero del giardino sotto casa. Più tardi vidi zio Sabatino che, anche se contento del mio arrivo, non ebbe manifestazioni di grande affetto. Era un poco severo, forse perché sentiva di doversi sostituire ai miei genitori o forse perché sempre molto impegnato nel suo lavoro.
 
All’imbrunire rividi alcuni amici che accolsero con gioia il mio arrivo. Ritornavano dai campi in compagnia dei genitori che con il lavoro dei poderi, producevano molte cose, tra cui grano, patate e pomodori, che utilizzavano in parte per la propria alimentazione. Mia nonna Concetta, come loro, ne faceva largo uso e quella sera preparò un uovo fritto e insalata di patate scaldate con pomodori e cipolle. Dopo cena mi ricordai dei dolci e presi il pacchetto che la nonna aprì. C’erano sfogliate e babà un po’ malridotti per il viaggio, ma d’ottimo sapore. La stessa cena, a volte senza uovo e sempre senza dolci, in seguito l’avrei mangiata molto spesso.
 
Prima di andare a dormire, andai da un amico che non avevo ancora visto e dalla piazza presi il vicolo che portava a casa sua. Pochi scalini davano su un pianerottolo esterno con l’ingresso per l’ampia cucina. Da qui, una porta per l’unica stanza da letto. Nel seminterrato c’erano cantina e stalla. Nella stanza da letto c’era un comò e intorno allo specchio, cartoline e immagini di santi erano fissate alla cornice. I muri della cucina avevano l’intonaco completamente annerito dal fumo di un camino con cattivo tiraggio. La canna fumaria usciva sulla parete del fabbricato, poco prima del soffitto, con una strozzatura che impediva la normale fuoriuscita dei fumi. Il pavimento era costituito dalle sole tavole di castagno inchiodate sulle travi sottostanti; il soffitto aveva le strutture del solaio soprastante a vista. Alcune delle tavole erano un po’ rotte e dai vuoti dei pezzi mancanti si vedevano la cantina e il sottotetto. Il colore della fuliggine dava alla stanza un aspetto cupo e tetro e le povere cose presenti mostravano le modeste condizioni della famiglia. In un angolo c’era un tavolo quadrato con poche sedie impagliate, di cui alcune con la paglia rotta e pendente. Sul tavolo senza tovaglia, c’erano mezza pagnotta di pane, alcune forchette d’alluminio e al centro, una zuppiera bassa ancora vuota. Sulla parete di fronte all’ingresso, c'era un cassone scuro con sopra una semplice madia con la sola zona d’impasto per il pane e una conca con l’acqua. Vicino al cassone, diversi sacchi di prodotti, uno di fianco all’altro. Sulla destra, alcune fascine di legna sulle tavole del pavimento, poco lontano dal camino. Sulla mensola del focolare c’era un piccolo lume ad olio tutto annerito, con uno stoppino che dava una flebile luce. Due galline si aggiravano per la stanza in cerca di qualcosa da beccare.
 
Erano proprietari di poco terreno per le coltivazioni e, finito il lavoro in miniera per la salute malferma, ricevevano qualche soldo dalla figlia, cameriera presso una famiglia napoletana. Non avevano disagio ad accogliermi in casa, nonostante la consapevolezza delle loro condizioni, e mi offrirono l’unica ricchezza che possedevano, la cordialità e la simpatia. Sentii subito un forte calore per i sorrisi che mi rivolsero e per l’affettuosità con cui mi accolsero. Lo scoppiettio della legna che bruciava nel camino, la luce e il calore del fuoco, nonostante tutto, creavano una bell’atmosfera. Il padre di Carmine, zio Antonio soprannominato “Natrella”, tagliava con la roncola la legna per il fuoco. Aveva un viso scavato con aria sofferente e i pantaloni abbandonati sui fianchi per la cinghia allentata. Di tanto in tanto aveva attacchi di tosse per la bronchite cronica presa in miniera. La madre, zia Santella, con lineamenti grossolani e un corpo robusto, preparava la cena sul fuoco del camino. Sopra un treppiede, sul focolare, c’era un fritto di patate in una padella con la parte esterna tutta annerita per il lungo uso. Il mio amico era seduto sullo scanno vicino al fuoco e dopo i saluti, mi misi a sedere vicino a lui. Aveva la mia stessa età e un carattere tranquillo, i denti superiori un po’ sporgenti e il naso che gli colava spesso. Era uno dei ragazzi con cui giocavo ed era chiamato “soffia” perché un giorno a scuola, per ravvivare il fuoco del braciere, aveva visto le mutandine della maestra che teneva le gambe un po’ aperte per scaldarsi.
 
«Sono celeste!» Disse ai compagni.



















 
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